20 nov 2018

IL DISALLINEAMENTO DELL'ATLANTE E' UNA POSSIBILE CAUSA?




Aggiungo una breve nota da semplice paziente con Distonia Generalizzata.
Ho fatto TAC SPECIFICA per verifica ATLANTE,
Risposta?
Ho saputo solo come stà la mia cervicale!

14 nov 2018

Psicoterapia cognitivo comportamentale


Cos’è la psicoterapia cognitivo comportamentale

Ansia, depressione, rabbia, colpa, vergogna, sono emozioni che proviamo quotidianamente. Quando le emozioni sono troppo intense o durature rispetto alla situazione nella quale ci troviamo, possiamo considerare l’eventualità di avere un problema emotivo e quindi di aver bisogno di una valida psicoterapia cognitivo comportamentale.


Per esempio, se una discussione con qualcuno ci fa star male per alcuni giorni, se piccoli difetti nelle cose che facciamo ci fanno sentire delle nullità, se compiere attività quotidiane, come fare la spesa o parlare con i colleghi di lavoro, genera un’ansia intollerabile, siamo probabilmente di fronte ad un disagio psicologico che può richiedere un intervento professionale.

La Psicologia, fin dagli albori, si è occupata dei problemi emotivi con risultati non sempre entusiasmanti. Soltanto in questi ultimi anni possiamo realmente affermare di possedere una serie di procedure rigorose e scientificamente valutabili (e valutate!) per il loro trattamento.
Un più efficace approccio alla gestione dei problemi emotivi coincide con la comparsa e la diffusione, nel mondo della psicologia, della psicoterapia cognitivo comportamentale negli anni Sessanta. Tale approccio postula una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, sottolineando come molti dei nostri problemi (tra i quali quelli emotivi) siano influenzati da ciò che facciamo e ciò che pensiamo nel presente, qui ed ora. Questo vuol dire che agendo attivamente ed energicamente sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti attuali, possiamo liberarci da molti dei problemi che ci affliggono da tempo. La psicoterapia cognitivo comportamentale (PCC) sta quindi assumendo il ruolo di trattamento psicologico d’elezione per la stragrande maggioranza dei problemi psicologici e psichiatrici, spesso con efficacia nettamente superiore agli psicofarmaci.
Indicazioni della psicoterapia cognitivo comportamentale

La psicoterapia cognitiva e comportamentale una disciplina scientificamente fondata, la cui validità è suffragata da centinaia di studi, principalmente, ma non solo, per la diagnosi e la cura in tempi brevi di:

Depressione e disturbo bipolare;
Ansia, fobie, attacchi di panico e ipocondria;
Ossessioni e compulsioni;
Ansia o preoccupazione generalizzate;
Disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, etc.);
Stress, disturbi psicosomatici e cefalee;
Disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce, anorgasmia, etc.);
Abuso e dipendenza da sostanze (alcool, droghe, etc.);
Disturbi della personalità;
Insonnia e altri disturbi del sonno;
Difficoltà a stabilire e mantenere relazioni sociali e comportamento impulsivo;
Problemi di coppia;
Difficoltà nella scuola o nel lavoro;
Bassa autostima.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale, come suggerisce il termine, combina due forme di terapia estremamente efficaci:

La terapia comportamentale: aiuta a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che la persona ha in tali circostanze, mediante l’apprendimento di nuove modalità di reazione. Aiuta inoltre a rilassare mente e corpo, così da sentirsi meglio e poter riflettere e prendere decisioni in maniera più lucida.
La terapia cognitiva: aiuta ad individuare certi pensieri ricorrenti, certi schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni negative che vengono percepite come sintomi e ne sono la causa, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più oggettivi, o comunque più funzionali al benessere della persona.

Quando sono combinate nella psicoterapia cognitivo comportamentale, queste due forme di trattamento diventano un potente strumento per risolvere in tempi brevi forti disagi psicologici.
Sviluppi recenti della psicoterapia cognitivo comportamentale

Negli ultimi anni la classica psicoterapia cognitivo comportamentale si è arricchita di alcuni sotto-approcci specifici, che hanno preso sempre più piede grazie alle prove scientifiche di efficacia, quali l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), la Schema Therapy, la Dialectical Behavior Therapy (DBT), la Terapia Metacognitiva, la Compassion Focused Therapy (CFT), l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), la Psicoterapia Sensomotoria e le terapie basate sulla Mindfulness (MBCT, MBSR).
Caratteristiche della psicoterapia cognitivo comportamentale

La terapia cognitivo-comportamentale (PCC) è:
Pratica e concreta. Lo scopo della terapia si basa sulla risoluzione dei problemi psicologici concreti. Alcune tipiche finalità includono la riduzione dei sintomi depressivi, l’eliminazione degli attacchi di panico e della eventuale concomitante agorafobia, la riduzione o eliminazione dei rituali compulsivi o delle malsane abitudini alimentari, la promozione delle relazioni con gli altri, la diminuzione dell’isolamento sociale, e cosi via.
Centrata sul “qui ed ora”. Il ricordo del passato, come il racconto dei sogni, possono essere in alcuni casi utili per capire come si siano strutturati gli attuali problemi del paziente, ma molto difficilmente possono aiutare a risolverli. La psicoterapia cognitiva e comportamentalequindi non utilizza tali metodi come strumenti terapeutici, ma si preoccupa di attivare tutte le risorse del paziente stesso, e di suggerire valide strategie che possano essere utili a liberarlo dal problema che spesso lo imprigiona da tempo, indipendentemente dalle cause. Essa è centrata sul presente e sul futuro molto più di alcune tradizionali terapie e mira ad ottenere dei cambiamenti positivi, ad aiutare il paziente a uscire dalla trappola piuttosto che a spiegargli come ci è entrato.
A breve termine. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è a breve termine, ogni qualvolta sia possibile. Il terapeuta è comunque generalmente pronto a dichiarare inadatto il proprio metodo nel caso in cui non si ottengano almeno parziali risultati positivi, valutati dal paziente stesso, entro un numero di sedute prestabilito. La durata della terapia varia di solito dai sei ai dodici mesi, a seconda del caso, con cadenza il più delle volte settimanale. Problemi psicologici più gravi, che richiedano un periodo di cura più prolungato, traggono comunque vantaggio dall’uso integrato della terapia cognitiva, degli psicofarmaci e di altre forme di trattamento.
Orientata allo scopo. La psicoterapia comportamentale e cognitiva è più orientata ad uno scopo rispetto a molti altri tipi di trattamento. Il terapeuta cognitivo-comportamentale, infatti, lavora insieme al paziente per stabilire gli obbiettivi della terapia, formulando una diagnosi e concordando con il paziente stesso un piano di trattamento che si adatti alle sue esigenze, durante i primissimi incontri. Si preoccupa poi di verificare periodicamente i progressi in modo da controllare se gli scopi sono stati raggiunti.
Attiva. Sia il paziente che il terapeuta giocano un ruolo attivo nella terapia cognitivo comportamentale. Il terapeuta cerca di insegnare al paziente ciò che si conosce dei suoi problemi e delle possibili soluzioni ad essi. Il paziente, a sua volta, lavora al di fuori della seduta terapeutica per mettere in pratica le strategie apprese in terapia, svolgendo dei compiti che gli vengono assegnati volta volta. In terapia comportamentale e cognitiva il terapeuta svolge un ruolo attivo nella soluzione dei problemi del paziente, intervenendo spesso e diventando talvolta “psico-educativo”. Ciò tuttavia non vuole assolutamente dire che il paziente assista ad una lezione nella quale si sente dire che cosa dovrebbe fare e come dovrebbe pensare; anch’egli, anzi, è stimolato ad essere più attivo possibile, un terapeuta di sé stesso, sotto la guida del professionista.
Collaborativa. Paziente e terapeuta lavorano insieme per capire e sviluppare strategie che possano indirizzare il paziente alla risoluzione dei propri problemi. La psicoterapia cognitivo comportamentale è infatti una psicoterapia breve basata sulla collaborazione tra paziente e terapeuta. Entrambi sono attivamente coinvolti nell’identificazione delle specifiche modalità di pensiero che possono essere causa dei vari problemi. Il paziente potrà scoprire di aver trascurato possibili soluzioni alle situazioni problematiche. Il terapeuta aiuterà il paziente a capire come poter modificare abitudini di pensiero disfunzionali e le relative reazioni emotive e comportamentali che sono causa di sofferenza.
Scientificamente fondata. È stato dimostrato attraverso studi controllati che i metodi cognitivo-comportamentali costituiscono una terapia efficace per numerosi problemi di tipo clinico. E’ stato dimostrato che la psicoterapia cognitivo comportamentale è efficace almeno quanto gli psicofarmaci nel trattamento della depressione e dei disturbi d’ansia, ma assai più utile nel prevenire le ricadute.

Fonte https://www.ipsico.it/terapia-cognitiva-comportamentale/: 

12 nov 2018

Smartphone e Iperconnessione, quali effetti collaterali?


A cura di Rosaria Furnari ( PSYCOOL )


La robotica, l'intelligenza artificiale e l'enorme crescita di Internet in termini di diffusione e traffico dati associata alla possibilità di connettere alla rete sistemi fisici e digitali che a loro volta raccolgono informazioni e le condividono tra loro, ha segnato il passaggio alla quarta rivoluzione industriale.

Il più acrobatico salto in avanti di tale progresso spetta attualmente allo smartphone, un apparecchio elettronico che offrendo vantaggi e funzionalità sempre più sofisticate ha modificato parallelamente abitudini consolidate ed il modo stesso di comunicare.

Secondo il Digital In 2018 il report di We Are Social e Hootsuite 49,19 milioni di italiani usano questo dispositivo ed il 73% della popolazione è online (43 milioni di persone), con 34 milioni di utenti attivi sui social media

Si trascorre mediamente circa 6 ore al giorno online quasi il doppio del tempo che passiamo davanti alla TV. Il fenomeno è in vertiginoso aumento!

Nel 2017 si è registrata una crescita di 4 milioni di persone connesse ad Internet (+10% rispetto all’anno precedente) ed una crescita di 3 milioni di utenti social media (+10% rispetto all’anno precedente). La crescente connettività digitale quale fenomeno emergente su scala mondiale, ha favorito il fiorire di ricerche e studi volti a comprenderne gli effetti sul nostro cervello. A tal riguardo, emergono due principali criticità: una progressiva erosione del livello di attenzione ed una produzione ideativa dalle fattezze sempre meno sofisticate e complesse.

Il filtro attenzionale, finalizzato ad isolare segnali e stimoli rilevanti dai rumori di fondo al fine di favorire la concentrazione e portare a termini i compiti, è particolarmente vulnerabile alla novità. Ricevere una improvvisa notifica da un dispositivo digitale (come avvisi di e-mail o social media), comporta un rapido estraneamento dalle attività in corso, un orientamento dell'attenzione alla sorgente del suono, nonchè, la lettura della notifica stessa e ciò è del tutto indipendente dalla volontà di ognuno in quanto si tratta di una reazione biologica.

Come qualunque improvviso suono o rumore proveniente dall'ambiente esterno, gli avvisi dello smartphone determinano l'attivazione del circuito neurale di allarme-pericolo con conseguente rilascio di sostanze come adrenalina e cortisolo e la comparsa di una reazione ansiosa finalizzata a sviluppare comportamenti di attacco-fuga. In tal senso, le notifiche provenienti da dispositivi digitali, pur non comportando alcuna minaccia, favorirebbero ansia ed una istintiva reazione tesa alla lettura della notifica stessa in quanto lo stimolo sarebbe erroneamente interpretato a livello cerebrale come segnale di pericolosità o di elevata priorità per la sopravvivenza.

L'utilizzo dello smartphone offre, altresì, un flusso costante di interessanti aggiornamenti e messaggi favorendo impressioni forti e attraenti sul piano sensoriale. Tali esperienze da un lato rimangono impresse nel registro della memoria e dall'altro attivano il circuito neurale del piacere con conseguente rilascio di sostanze dopanti quali la dopamina e la endorfina da cui deriverebbero sensazioni di benessere e di gratificazione, aumentando la probabilità di sviluppare l'abitudine a ricercare ulteriori novità nel futuro. Ciò spiegherebbe la necessità di controllare il telefono mentre si stà svolgendo qualcosa di importante anche in assenza di eventi esterni come ad
esempio la ricezione di una notifica.

La distrazione indotta da stimoli esterni o da un autointerruzione favorirebbe, a sua volta, una minore produttività ed una inibizione del pensiero creativo e innovativo in quanto strettamente associato alle abilità di concentrasi a lungo su di un unico compito. Siamo, infatti, predisposti a focalizzare la nostra attenzione su stimoli e situazioni diverse in rapida successione ma a concentraci solo su una cosa alla volta. Se lo sforzo cognitivo specifico su di un compito viene interrotto e l'attenzione spostata continuamente su vari argomenti, risulta difficile elaborare un pensiero profondo o svolgere compiti cognitivi complessi.

Sulla base di tali presupposti rispondere ad una e-mail o iniziare a chattare non permette di ricominciare immediatamente a lavorare al compito iniziale con conseguente significativo dispendio di energia mentale per rifocalizzare l'attenzione sul compito che richiede in media 25 mn circa. Appare evidente che un simile impegno a livello cognitivo protratto ripetutamente nel corso della giornata, comporti un accumulo di stress che può avere ripercussioni sulla salute. A tali evidenze si assomma il fatto che on line tutto è dinamico e disturba come la comparsa di link che riportano alla apertura di altri  link o la comparsa improvvisa di pubblicità e ciò sembra avere come conseguenza l'attuale  tendenza a spezzare o modificare l'attenzione e dunque il campo visivo stimata in media ogni 10 secondi. Ciò si può osservare quando si passa rapidamente da un post all'altro o da una pagina web all'altra.

Quanto fin qui descritto evidenzia che un utilizzo costante dello smatphone riduce le risorse cognitive compromettendo l'attenzione, la capacità di pensare in maniera profonda e risolvere problemi complessi . Le interruzioni online possono essere utili solo a condizione che non si diventi prigionieri dei social media, mentre la chiave di tutto risiede sempre nel giusto equilibrio.



Bibliografia

HootenC.. "Our attention Span Is Now Less Than That of a Goldfish Microsoft Study
Finds"Independent May 13, 2015.
https://www.independent.co.uk/news/science/our-attention-span-is-now-less-thanthat-of-a-
goldfish-microsoft-study-finds-10247553.html
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CHI'08 Proceedings of the SIGCHI Conference on Human Factors in Computing Systems.
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107-110. https://dl.acm.org/citation.cfm?id=1357072
Mark G., Shamsi T.I., Czerwinski M., and Johns P.. Focused, Aroused, but so Distractible:
Temporal Perspectives on Multitasking and Communications. CSCW'15 Proceedings of
the 18th ACM Conference on Computer Supported Cooperative Work & Social Computing.
ACM Press (2015): 903–916 https://dl.acm.org/citation.cfm?id=2675221
Mark, G., Iqbal T. S., Czerwinski M., Johns P. and Sano. A.. Email Duration, Batching and
Self-interruption: Patterns of Email Use on Productivity and Stress. CHI'16 Proceedings of
CHI 2016CHI Conference on Human Factors in Computing Systems . ACM Press (2016):
1717-1728 https://dl.acm.org/citation.cfm?id=2858262
Mark G., CzerwinskiM., Shamsi T.I.. Effects of Individual Differences in Blocking
Workplace Distractions. CHI'18 Proceedings of the 2018 CHI Conference on Human
Factors in Computing Systems. ACM Press ( 2018):
Vol 92 https://dl.acm.org/citation.cfm?doid=3173574.3173666
Paper E., Harvey R. (2018) Digital Addiction: Increased Loneliness, Anxiety, and
Depression. Neuroregulation Vol. 5 N°1
http://www.neuroregulation.org/NR/issue/view/1481
Swingle, M. K. (2016). i-Minds: How cell phones, computers,

Scoperto l’enzima che trasforma i fibroblasti in neuroni, lo studio italiano

È stato individuato l’enzima chiave che permette il “cambio di identità” delle cellule, trasformando le cellule della cute, chiamate fibroblasti, in neuroni.





L’enzima scoperto può aiutare anche nella Distonia

Questa scoperta è un passo avanti anche nella conoscenza della genesi della Distonia, malattia del sistema nervoso.Ecco ciò che è emerso dalla ricerca svolta dall’Università Statale di Milano e dall’Istituto Europeo di Oncologia e pubblicato sulla rivista Cell Reports.



Il focus della medicina rigenerativa

Il processo con cui si definisce l’identità cellulare, grazie al quale cioè le cellule acquisiscono la loro forma e funzione, è non solo un tema di basilare importanza in biologia ma anche il focus centrale della medicina rigenerativa, che punta a rimpiazzare tessuti malati partendo da altre cellule dello stesso paziente.

Il contesto

Negli ultimi quindici anni, numerose scoperte in questo campo hanno cambiato il paradigma di riferimento. Oggi sappiamo che basta orchestrare l’attività di pochi geni, chiamati fattori di trascrizione, i quali agiscono a loro volta come interruttori sul coordinamento di molti altri geni, per riportare ad esempio una cellula della cute allo stadio staminale embrionale oppure convertirla direttamente in neurone.

Riprogrammare i fibroblasti

Proprio quest’ultima applicazione, descritta per la prima volta nel 2010, ha aperto la possibilità di riprogrammare (o più precisamente transdifferenziare) i fibroblasti, cioè le cellule di supporto della pelle, in neuroni, funzionali e comparabili a quelli in vivo, il tutto in appena 2 settimane e senza neanche passare dallo stadio di staminale.

Il meccanismo che presiede questo radicale cambio di identità è rimasto fino ad oggi ignoto. Infatti, pur conoscendo i fattori necessari a innescare il processo, non si conosceva il modo con cui questo potesse poi effettivamente dipanarsi così da trasformare appunto una cellula della pelle in un neurone maturo.

Durante il transdifferenziamento è infatti necessario un massiccio rimodellamento epigenetico, in quanto fibroblasti e neuroni, derivando originariamente da strati differenti dell’embrione, mantengono configurazioni della cromatina completamente diverse.

La scoperta: l’enzima KMT2B che trasforma le cellule della cute in neuroni

Il laboratorio del professor Giuseppe Testa, professore di Biologia molecolare alla Statale e Direttore del Laboratorio di Epigenetica delle cellule staminali in IEO, ha ora identificato questo meccanismo, scoprendo l’enzima della cromatina che partecipa a questa trasformazione cellulare. Si tratta di KMT2B, un enzima noto da tempo, ma che non era mai stato associato prima a questo processo e che ha il ruolo di modificare le proteine della cromatina attorno a cui il DNA è avvolto come in un gomitolo, contribuendo così all’attivazione dei geni.

La dott.ssa Giulia Barbagiovanni e il professor Testa, assieme agli altri membri dell’equipe, dimostrano infatti che in assenza di KMT2B i fibroblasti non riescono a generare neuroni maturi e divengono invece principalmente cellule muscolari. KMT2B è dunque fondamentale tanto per permettere la conversione di identità epigenetica quanto per incanalarla verso la linea neuronale invece che in quella muscolare.

Un passo in avanti per la distonia

Oltre ad ampliare le nostre conoscenze sul processo di transdifferenziamento e di specificazione neuronale, lo studio della attività di KMT2B durante il processo di riprogrammazione ha consentito ai ricercatori di evidenziarne caratteristiche di particolare interesse per un’applicazione orientata al paziente.

Da circa un anno si sa infatti che mutazioni in KMT2B sono alla base della distonia, una patologia a carico del sistema nervoso caratterizzata da gravi disturbi motori. I ricercatori hanno quindi voluto verificare se i geni controllati da KMT2B durante il processo di riprogrammazione potessero essere a loro volta implicati nell’eziologia di questa malattia.

Le conclusioni

Attraverso l’analisi delle sequenze genomiche di centinaia di pazienti con distonia, sono stati scoperti tre geni bersaglio di KMT2B le cui mutazioni li rendono candidati molto promettenti come nuove varianti geniche causanti la distonia, aprendo così la validazione epidemiologica per successivi studi sulla malattia.

Fonti:
https://oncolife.it/blog/novita-dalla-ricerca/scoperto-l-enzima-che-trasforma-i-fibroblasti-in-neuroni-lo-studio-italiano/